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23.08.2012

Di guerre dilanianti e stanchezze post agostane.

 
minimal-bicycle
23 agosto 2012

Volevo arrivare presto questa mattina, e lavorare su alcuni progetti che mi attanagliano il ritorno. Ma non posso non provare a scrivere due righe su questo editoriale uscito su una Top Gear ed. italiana. Il nostro pacato opinionista, che sceglie le parole di un altro per esprimere la propria idea, si affida a queste parole […]

Volevo arrivare presto questa mattina, e lavorare su alcuni progetti che mi attanagliano il ritorno.

Ma non posso non provare a scrivere due righe su questo editoriale uscito su una Top Gear ed. italiana. Il nostro pacato opinionista, che sceglie le parole di un altro per esprimere la propria idea, si affida a queste parole

Ho l’impressione che si stia esagerando. Un po’, mica molto, ma un po’ sì. Stamattina mi arriva un’email in cui l’ALOT (Agenzia della Lombardia Orientale per i Trasporti e la Logistica) dà notizia di un progetto presentato a Stoccarda, durante ‘Cities for Mobility’ con riferimento a un disegno europeo sulla sicurezza stradale SOL, Save Our Lives, di cui, in realtà, è coordinatrice a livello europeo. In tale occasione, l’ALOT ha illustrato le linee guida del progetto con attenzione particolare ai modelli della Provincia di Brescia e di Mantova, casi virtuosi sul tema della sicurezza stradale, esportabili a livello internazionale. Fin qui tutto bene. In tale sede si è parlato di come si possano progettare le strade nelle nostre città in modo che diventino sicure; che cosa si possa fare affinché i nostri cittadini si comportino nel traffico stradale in modo che nessuno si faccia male; come sia possibile affrontare le nuove minacce dei silenziosi veicoli elettrici, degli inaspettatamente veloci Pedelec, delle molte distrazioni causate da smartphone e lettori MP3 e via di questo passo. E anche fin qui tutto bene. Ma, prendendo lo spunto da questa lodevole iniziativa con riferimento alla minaccia delle auto elettriche (su cui concordo), vorrei aggiungere i recenti ventilati provvedimenti a favore dei ciclisti. Se ho capito bene, questi signori travestiti da corridori e queste ineffabili signore, che pedalano con la svagatezza della pazza di Chaillot sulle strade cittadine (ma che strade? Marciapiedi!), che vanno contromano e passano col rosso, saranno dotati di un passaporto per l’illecito conferito loro da autorità cittadine che, pavide, cavalcano una demenziale onda verde che demonizza le auto. Vado avanti coi ciclisti, che detesto con tutto il cuore non tanto per la loro attività, ma per l’arroganza, per il menefreghismo verso tutte le regole del vivere civile e della buona educazione. Visto non solo da me, ma da altri, un cretino pedalante senza mani col cellulare all’orecchio attorno alle 18 in una strada di Milano. Perché con l’auto allora io non posso usare il telefonino e lo scemo in bici sì? Questo è razzismo bello e buono, signori. Per chiarirvi ancor più come la penso sui biker, vi riporto una parte dello sfogo di Clarkson sull’argomento. Lo condivido in toto: “…Non ho mai dovuto rallentare, perché, tanto, ero bloccato dietro il sedere a strisce di un ciclista. Ma perché vi mettete quelle tute rivoltanti, quando andate in bicicletta? Non abbiamo nessuna voglia di vedervi i peli del culo. E perché dovete stare affi ancati in tre? Niente proteste, zitti, è vero. E perché noi automobilisti che abbiamo pagato le strade con le tasse non riceviamo nemmeno un cenno di gratitudine, quando decidiamo di non falciarvi? Temo che tutti i ciclisti siano persone orribili. C’è un sacco di gente che ha paura del futuro e quindi va al bar a piedi o in bici per risparmiare. Non discuto questo. Critico, piuttosto, la nuova idea, di sapore vetero comunista, che le strade sono lì per essere usate gratuitamente da tutti. Tranne che dagli automobilisti”. Concordo e sottoscrivo.


Io non capisco. 

Non capisco cosa ci spinga regolarmente a dividerci tra guelfi e ghibellini, cosa ci istighi a creare una guerra di religione. Non capisco, francamente, quale sia il problema nel cercare di trovare un sistema viario – nel merito – che rispetti le volontà di tutti i cittadini. A me non piacciono le auto, e trovo che girare in auto in città possa essere comodo, allo stato dei servizi pubblici romani, ma è fondamentalmente stupido. Ma è una mia legittima e ponderata opinione. Con ciò non pretendo che spariscano le auto dalla circolazione. Pretendo però che spariscano i prepotenti guidatori di SUV (d’accordo pretendo anche la sparizione dei SUV). Pretendo che si abbia coscienza del fatto che accanto a sé può circolare un ciclista. E pretendo che si abbia coscienza che un ciclista – e non ho detto santo che ha sempre ragione – sia fondamentalmente molto più debole e soggetto al rischio di un’automobilista.

Ciò detto penso che la storia degli agglomerati urbani debba essere una storia di rispetto reciproco e di regole.

Regole, non leggi, ché c’è una profonda differenza.

Il fatto che ci siano dei segnali stradali, che si debba rispettare una tal precedenza o un’altra, un limite di velocità, che non si possa sorpassare a destra, che si debba mettere la freccia, prima ancora di essere Codice della Strada, è un insieme di regole di convivenza. Dirmi che stai girando con la freccia, mi evita di venirti addosso. Avere gli stop accesi quando freni mi evita di tamponarti.

Queste regole di convivenza e buon senso valgono per tutti. Ciclisti compresi, me compreso. E valgono ancora di più quando ci sono città con un tasso di civiltà circolatoria molto basso come Roma.

Perché pensateci un attimo: incrociare i flussi è male.

Ovviamente, da neo ciclista, so che c’è un ma. Da ciclista mi trovo spesso nella condizione di mettermi nel torto. Perché? Non certo perché sono arrogante o ci goda.

Piuttosto perché ci sono alcune pratiche non corrette che possono abbassare il rischio di farmi male.

Confesso di usare a volte i marciapiedi, in condizioni in cui so che non ci sono pedoni; altrimenti scendo e spingo la bici. Confesso di attraversare la strada sulle strisce, quando so che c’è un semaforo e questa cosa mi evita pezzi di strada trafficata. Quando così non è e la strada non è sgombra, scendo e spingo.

Meno spesso, ma confesso di aver preso strade contromano.

Ebbene amici automobilisti, tutto questo mi evita e mi ha evitato che qualche brillante personaggio giri a sinistra mentre circola a destra senza mettere la freccia. O viceversa. Evita che non mi si dia la precedenza, quando io la precedenza ce l’ho.

Al di là di queste contrapposizioni tra cittadini semoventi il problema a monte sta nel modo di organizzare la circolazione.

Avere delle piste ciclabili non è un vezzo da privilegiati. Così come avere delle corsie preferenziali non è uno sgarbo alla vostra auto sportiva nuova. Significa evitare che un ciclista possa morire, o che ci vogliano 40 minuti per fare un chilometro con un mezzo pubblico. Significa, alla fine della fiera, che circolare in macchina sia più scorrevole, e più economico.

Perché sarà pure, come dice il buon Marcello Minerbi con le parole di James Clarkson, che chi va in bici lo fa per risparmiare perché ha paura del futuro. Ma certo qualcuno che incensa mezzi la cui tecnologia motrice non è sostanzialmente cambiata dalla sua invenzione, di certo non può farsi paladino del futuro. Il mio consiglio, da piccolo insulso cittadino del mondo è questo: evitiamo di sparare sentenze e di alimentare contrapposizioni.

Io sono un ciclista tutti i giorni quando vado a lavorare. Ma non posso non prendere l’automobile su distanze più lunghe mal servite dai mezzi pubblici. E mi rendo conto di alcuni comportamenti censurabili di alcuni ciclisti. Sarà mica questa una ragione per sterminarli tutti? Perché altrimenti dovrebbero sparire dalla faccia della terra tutti gli scooteroni, i SUV, le smart, e quant’altro. Vi pare? Il problema sta nel manico, nella persona, nel suo arbitrio. In questo caso – per lo meno – il mezzo è un po’ più neutro dei comportamenti di chi lo guida.

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