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10.06.2016

Ozzy Osbourne, il Principe Carlo e me: una storia di design, dati e talk.

 
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10 giugno 2016

Lo dico sempre che i progetti sono ménage à trois, ma quando lo dico non sto pensando a questo trio. Ma andiamo con ordine…
Ci sono infatti quelle settimane in cui sei più in giro, che ballonzoli di più del solito. Dal 20 maggio scorso a ieri 9 giugno, in rapidissima successione ho avuto l’occasione e l’onore di parlare di quello che mi sta più a cuore sia a Data Driven Innovation, che al Ferrara Sharing Festival e infine alla Social Media Week a Milano.

Ovviamente di Ozzy Osbourne. E del Principe Carlo. E di Design Thinking.
Sono talmente ripetitvo che Klout ha deciso di dichiararmi esperto della famiglia Reale inglese e di Ozzy Osbourne. Chissà se mi merito una Caramella per questo :P

Alla prima edizione di Data Driven Innovation, curata e organizzata dal team sempre più rosa di Codemotion – qui è il punto in cui mi bullo di dire in giro che siamo amici :) – assieme al Dipartimento di Ingegneria dell’Università degli studi Roma Tre e con il contributo scientifico della Fondazione “Centro di iniziativa giuridica Piero Calamandrei”, mi hanno ospitato a parlare di una cosa che mi sta molto a cuore. E dello stesso argomento mi sono trovato a parlare alla Social Media Week Milano.

Data Driven UX: di come cominciare la fase di progettazione incentrata per gli utenti partendo dall’ascolto del social web.

A Data Driven Innovation, in un panel frizzante moderato da Giacomo Broggi assieme al mio amico Alberto Nasciuti CEO di KPI6 e a Roberto Marmo, docente all’Università di Pavia, abbiamo affrontato vari aspetti dall’analisi delle conversazioni sui social network e sul web come punto di partenza.

Sia per capire e comprendere le opinioni delle persone che parlano di brand e servizi, ma soprattutto delle esperienze che vivono, ma soprattutto come punto di partenza della progettazione incentrata sulle persone.

Domande interessate e interessanti, un mix di interventi che ha ben funzionato – a parte l’orrida internet italica che ha impedito ad Alberto di fare una demo completa. Un inizio promettente però #solopostinpiedi. (guarda la galleria)

Data Driven Strategies alla Social Media Week di Milano

Ed è questo che abbiamo approfondito con Matteo al panel che i nostri fratellini The Fool hanno ospitato alla Social Media Week Milano, nello splendido BASE Milano: uno di quei posti come piacciono a me; post-industriali e ristrutturati. Non troppo hipster, via. Vengo al cuore dell’intervento però.

A partire da un’analisi meticolosa delle conversazioni, non fermandosi all’elaborazione più o meno complete che tool professionali mettono a disposizione, si possono ricavare informazioni determinanti per il processo di progettazione.

Danno infatti spunti, indicazioni e permettono di formulare ipotesi di ricerca, che risultano fondamentali per il corretto inquadramento di una delle tre parti in gioco in ogni tipo di progetto: le persone – per chi stiamo progettando.
Vanno a chiudere  quindi quel cerchio della progettazione user-centered con la scoperta dei bisogni espressi in maniera magari diversa dalle nostre aspettative o del tutto inespressi.
Un passaggio che non è solo interessante e utile per chi progetta, ma soprattutto per chi commissiona un progetto. Spesso proponendo un’idea non fa che proporre una soluzione sulla base della sua sensibilità e non partire dal bisogno, dall’esigenza.
Avere controllo quindi di cosa le persone che frequentano i social network parlino o quali sono le cose che li appassionano è quindi fondamentale per inquadrare il target giusto di persone, impadronirsi del giusto lessico e usare il tono di voce nella comunicazione adatto: non per snaturarsi, ma per farsi comprendere meglio.
Qui trovate il video:
Qui trovate le slide:

Ferrara Sharing Festival: un workshop eterogeneo ma interessante

Grazie poi a Davide Pellegrini che, inspiegabilmente per me, nutre della stima nei miei confronti – ma non sarò certo io a dirglieloooooh wait… – sono stato invitato alla prima edizione del Ferrara Sharing Festival.
Un’iniziativa che vuole esplorare tutte le sfaccettature, dalle più evidenti alle più nascoste, della cosidetta economia della condivisione.Sono stato troppo poco per potermi rendere conto del successo dell’iniziativa, che mi è stato riportato però da un po’ di amici.

Nel Workshop a cui ho partecipato, e che meglio di me ha visto parlare Massimiliano Mazzanti – in qualità di coordinatore e moderatore del panel, Lucia Dal Negro che ci ha parlato di Business Inclusivi e di metodi di inclusione, di Rodolfo Lewanski, che ha fatto uno spaccato delle modalità di partecipazione e governo all’interno delle strutture istituzionali e civili e di Sebastiano Miele, antropologo e human centered designer, folgorato anche lui come me sulla via di Damasco da Amplify, l’iniziativa dedicata alla Social Innovation di quella “piccola e insignificante” organizzazione chiamata IDEO.

Il cuore del mio intervento, come spesso accade, si è dipanato tutto sulla necessità di chiederci per chi stiamo progettando e quali sono i loro bisogni.

Solo comprendendo questi e confrontandoli con le esigenze del servizio o del prodotto che stiamo immaginando, possiamo fare la differenza in termini di risultato, soddisfazione e ingaggio di tutti gli attori in gioco. Solo condividendo un vocabolario comune, una grammatica e degli strumenti significativi per le esigenze di tutti è possibile chiudere il cerchio delle necessità reciproche.

Per fare questo ed evitare di aggiungere termini altisonanti invece di raggiungere obiettivi concreti, la fase di indagine dev’essere approfondita, qualitativamente rilevante e quantitativamente misurata. È per questo che fa così tanto la differenza una fase collaborativa iniziale in cui il Designer si occupa più di facilitare la creazione di soluzioni con gli strumenti presi in prestito dal Design Thinking. La fa perché si occupa di mettere a fattor comune bisogni e necessità sia di chi un prodotto lo crea, un servizio lo eroga, con quelle che sono le esigenze di chi dovrà o vorrà utilizzarli.

Spesso sembrano ovvietà, ma rappresentano la differenza tra qualcosa che voglia essere davvero utile prima che bello, e qualcosa di fine a sé stesso.

Gli strumenti che possiamo mettere in campo, da tecniche di facilitazione, esercizi e giochi di co-design o altre diavolerie più o meno a base di post-it, saranno quindi utili se ci porremo nell’ottica di osservare la realtà che vogliamo plasmare con gli occhi di chi la deve utilizzare, chi la deve vivere e chi deve contribuire a farla crescere e farla propria.

In questo senso, credo, la sharing economy può essere un’opportunità: per condividere bisogni e soluzioni, contribuendo reciprocamente ad avere, non già prodotti migliori nel senso positivista del termine, ma ad avere soluzioni più significative, utili e ritagliate sulle esigenze delle persone.

Insomma, se siete arrivati fino a qui o mi siete parenti, o siete particolarmente motivati o mi siete amici. :)
In ciascuno dei casi GRAZIE.

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